L'uovo azzurro - prima parte

scritto da Vittoria Solari
Scritto Ieri • Pubblicato 11 ore fa • Revisionato 11 ore fa
0 0 0

Autore del testo

Immagine di Vittoria Solari
Autore del testo Vittoria Solari

Testo: L'uovo azzurro - prima parte
di Vittoria Solari

L'uovo azzurro

Prima parte

Le scale del palazzo dove abitavo, in via Cenisio, avevano novantasei gradini, dal portone fino all'ultimo pianerottolo. Li avevo contati la prima volta che le avevo lavate, e poi non avevo più smesso. Li contavo scendendo, con il secchio, alle cinque e mezza del mattino, il lunedì e il giovedì, e mi dicevano a che punto ero come un orologio. A novantasei ero in fondo, l'acqua era grigia, e fuori cominciava a passare il primo tram.

Io sono piccola. Lo dico subito perché è la prima cosa che si vede, e di solito anche l'ultima. Sono alta un metro e cinquanta con le scarpe, ho le mani larghe, le spalle strette e una faccia che non ha niente da dire: non brutta da far voltare, non bella, una faccia da scambiare per un'altra. Mia madre diceva che avevo la faccia di una che è già passata, e lo diceva senza cattiveria, come si dice di una stoffa che non ha colore. Ma sono forte. Questo non si vede, e nessuno ci crede finché non mi vede girare un materasso da sola, o portare su due sacchi di carbone per la vedova del terzo piano senza fermarmi ai pianerottoli. E sono veloce. Quello che due donne fanno in una mattina io lo faccio in un'ora e mezza, e non perché lo faccio male: perché non mi fermo. Non mi è mai piaciuto fermarmi. Quando mi fermo penso, e quando penso mi vedo.

Di lavori ne avevo quattro. Le scale, due volte la settimana, in cambio di uno sconto sull'affitto e delle chiavi delle cantine, che l'amministratore mi aveva dato perché ci passassi la scopa una volta al mese. Gli uffici della ditta Bonfanti, trasporti e spedizioni, in fondo alla via, la sera dalle sette alle nove: tre stanze, un corridoio di linoleum e un gabinetto che gli autisti lasciavano come lo lasciano gli autisti. Il sabato pomeriggio, e certe domeniche, i due bambini della farmacista di corso Sempione, che portavo al parco perché lei potesse dormire. E la mattina, tutte le mattine tranne la domenica, dalle otto alle tre, i Moretti, in via Santo Spirito.

Lavorare mi piaceva. Mi piace ancora. Mi piace l'acqua calda sulle mani, il pavimento che si asciuga a chiazze e poi tutto insieme, l'odore della cera, la stanza che quando entri è in un modo e quando esci è in un altro, e sei stata tu. Non c'è molto altro, nella vita, che si possa guardare alla fine e dire: questo l'ho fatto io, ed è fatto bene. Solo che di tempo non ne restava. Certe sere mi addormentavo vestita, sul letto, con le scarpe ai piedi, e mi svegliavo alle due con la luce accesa e la sensazione di aver perso qualcosa, senza sapere cosa.

E mi piacevano gli uomini belli. Lo dico perché è vero, e perché è da lì che viene tutto il resto. Sul tram li guardavo come si guardano le vetrine di via Montenapoleone, sapendo che non entrerai mai: i capelli pettinati all'indietro, le mani sul sostegno, il collo. Non mi guardavano, naturalmente. Non mi dispiaceva. Una vetrina non ti guarda, e non per questo smetti di passarci davanti.

*

Dai Moretti ero entrata nel cinquantuno, a venticinque anni, perché la signora di prima, che era vecchia, era morta, e l'avvocata aveva chiesto in giro una donna seria. Abitavano al secondo piano di un palazzo con il cortile e un ascensore di legno e vetro che io non prendevo mai. Facevo le scale anche lì. Erano di pietra grigia, sessantaquattro gradini fino alla loro porta, e le salivo di corsa, come le salgo ancora, perché salire piano mi stanca di più.

Lidia Moretti era avvocata. Allora non ce n'erano molte, e la gente, quando lo sapeva, faceva una faccia. Aveva una quarantina d'anni, i capelli raccolti, la voce bassa e un modo di ascoltare che ti faceva venire voglia di dire la verità anche quando non te la chiedeva. Il marito, l'avvocato Edoardo, era alto e grigio, fumava la pipa, e aveva lo studio in casa, in fondo al corridoio: ci riceveva i clienti al pomeriggio, e la mattina ci leggeva le carte in vestaglia, con la porta aperta, e ogni tanto diceva ad alta voce «che asino», a nessuno, e poi rideva. Non avevano figli. Non ne parlavano, e io non chiedevo.

Mi chiamavano Elena. Non «la donna», come mi chiamavano nelle altre case dove avevo fatto le ore, e nemmeno «lei», con quel tono che si usa per le cose. Elena. L'avvocata, alle undici, faceva il caffè per tutte e due, in cucina, e lo bevevamo in piedi, lei appoggiata al lavello e io al tavolo, e parlavamo. Di cosa, non saprei dirlo: del tempo, dei prezzi, di un libro che lei mi aveva prestato e che io leggevo la sera in dieci pagine alla volta, prima di addormentarmi con le scarpe. Mi chiedeva cosa ne pensavo. Di una tenda, di un vestito, di una cliente che aveva ricevuto il giorno prima e che secondo lei mentiva. Nessuno mi aveva mai chiesto cosa ne pensavo, e la prima volta non seppi rispondere. Poi imparai.

Diventammo amiche, per quanto possono esserlo una signora e la donna che le lava i pavimenti: cioè molto, in certe ore, e per niente in altre. Alle undici sì. Alle tre, quando mi dava la busta del sabato, no. Io lo sapevo, e lei lo sapeva, e nessuna delle due ci trovava niente di male.

Lidia era una donna riservata. Di sue cose non parlava con nessuno, nemmeno con il marito, credo, non di quelle che contano. Con una persona sola parlava: la signora Anna, che era stata con lei al liceo e che veniva il giovedì pomeriggio, alle quattro, quando io ormai ero uscita. Qualche volta la incrociavo sulle scale: una donna alta, bionda, con la pelliccia anche a marzo, che mi guardava come si guarda un gradino. Lidia diceva di lei: «Anna è l'unica a cui dico tutto. E Anna non lo dice a nessuno. Non perché sia buona, sa, Elena. Perché le piace sapere le cose che gli altri non sanno.» E rideva, con la tazzina in mano.

*

In salotto c'era una vetrina. Era piccola, di legno scuro con i vetri molati, e la chiave la teneva Lidia, in un portagioie sul comò della camera. Dentro c'erano le cose d'argento, un portasigarette, una cornice con dentro un uomo coi baffi, un orologino che non andava. E tre uova. Due erano grandi come un uovo di gallina, una rossa e una verde, con dei disegni d'oro. La terza era più piccola, stava su un piedino d'argento, ed era azzurra.

La vetrina la spolveravo il venerdì, fuori, con il piumino, e dentro mai, perché dentro non entrava la polvere. Ma un venerdì di novembre, il primo anno, Lidia arrivò in salotto mentre spolveravo, prese la chiave dalla tasca della vestaglia, aprì, e tirò fuori l'uovo azzurro.

«Lo prenda» disse. «Non si rompe.»

Io mi asciugai le mani sul grembiule, due volte, e lei me lo mise nel palmo. Era più leggero di quanto pensassi, e caldo, come se l'avesse tenuto in mano lei fino a quel momento. Lo smalto era di un azzurro che non avevo mai visto, un azzurro da cielo di settembre verso le sei, e sotto lo smalto si vedevano delle righe sottili, come le onde che fa il vento sull'acqua ferma. Intorno, in mezzo, girava un filo d'oro. In cima c'era una pietra piccola, rossa.

«È di Fabergé» disse Lidia, e siccome vide che non sapevo chi fosse, me lo spiegò: un orafo russo, che faceva le uova per lo zar. Le altre due erano di quelle che si comprano, belle ma non sue. Questa sì. Suo padre faceva l'ingegnere per le ferrovie, a Pietroburgo, prima della rivoluzione, e l'aveva comprata per la madre di Lidia quando era nata lei, nel quattordici. «Poi è venuta la rivoluzione, e da là ha portato via due cose: mia madre e questo. Io ero in braccio a mia madre, quindi conto come lei.» Rise. «È l'unica cosa che ho di lui che stia in una mano.»

Io tenevo l'uovo e non sapevo cosa dire. Era la prima volta che avevo in mano una cosa che valeva più di me, di tutto quello che avevo e di tutto quello che avrei mai avuto, e la sentivo sul palmo come si sente un uccellino caduto dal nido: non sai se stringere, e hai paura di tutte e due le cose. Glielo resi. Lei lo rimise sul piedino, chiuse la vetrina, e si mise la chiave in tasca.

«Così adesso lo sa anche lei» disse. Non ho mai capito cosa volesse dire. Credo, oggi, che volesse dire proprio questo: che adesso c'era qualcun altro, oltre a lei, a sapere che quella cosa era sua.

*

In fondo al corridoio, sopra la porta del ripostiglio, c'era uno stipetto. Era murato nella parete, alto, quasi al soffitto, con un'anta di legno dipinta dello stesso bianco del muro, e per arrivarci ci voleva la scala. La prima settimana avevo chiesto a Lidia se dovevo pulirlo, e lei aveva fatto un gesto con la mano.

«Lì c'è roba di mia suocera. Lettere, credo. Lo lasci stare, tanto non lo apre nessuno.»

E io lo lasciai stare. Ogni venerdì, passando lo straccio sulla porta del ripostiglio, alzavo gli occhi e vedevo, sopra lo stipetto, sul bordo della cornice, la riga di polvere che si faceva più spessa settimana dopo settimana. Era l'unica polvere di quella casa. Mi dava fastidio, come mi dà fastidio un bottone slacciato su un altro. Ma non era mia, e la lasciai lì.

*

Marcello lo conobbi sulle scale, nel cinquantatré, con due sacchi di carbone sulle spalle.

Era ottobre. La vedova del terzo piano, la signora Cattaneo, affittava una camera a chi capitava, e quell'autunno ci era capitato lui. Io salivo con il carbone, uno per spalla, e lui stava sul pianerottolo del secondo, appoggiato alla ringhiera, a fumare. Non si spostò. Mi guardò salire tutti i gradini dal primo al secondo, e quando gli passai davanti, con le spalle piegate e la faccia rossa, disse:

«Però. È forte, lei.»

Non mi aiutò. Me lo ricordo perché dopo, per anni, me lo sono ripetuto: non mi aiutò. Ma io non ci feci caso, quel giorno, perché avevo alzato gli occhi e l'avevo visto. Aveva i capelli neri pettinati all'indietro, gli occhi di un colore tra il grigio e il verde, il naso dritto, e un sorriso di uno che sa di averlo. Era l'uomo più bello che avessi mai visto fuori da un giornale. Ed era lì, sul mio pianerottolo, sulle mie scale, e mi aveva parlato.

Arrivai al terzo, posai i sacchi davanti alla porta della Cattaneo, e scendendo contai i gradini sbagliati. Non mi era mai successo.

*

La sera dopo lo ritrovai in cortile. Io tornavo dalla Bonfanti con le mani che sapevano di varechina, e lui era seduto sul muretto vicino alle biciclette, e mi chiese se avevo da accendere. Non fumavo, ma avevo i fiammiferi, perché una donna che fa le pulizie ha sempre dei fiammiferi. Gli accesi la sigaretta. Mi disse che si chiamava Marcello. Mi disse che era stato partigiano.

Ce lo disse subito, quella prima sera, come si dice il proprio paese. Era stato in montagna, con una brigata Garibaldi, dal quarantatré alla fine. Aveva fatto cose che non si potevano raccontare. E dopo la guerra, nel quarantasette, un giudice di Milano «che la tessera del fascio ce l'aveva ancora nel cassetto, glielo dico io», lo aveva condannato a due anni per una storia di armi che non erano sue, solo perché era un partigiano, per fargliela pagare. E adesso, con la fedina sporca, nessuno lo prendeva a lavorare. Andava dappertutto, diceva, e quando chiedevano il certificato del casellario gli chiudevano la porta in faccia. «Io, che ho combattuto per la libertà di questi qui.»

Io ci credetti. Era il cinquantatré, di storie così ne giravano tante, e alcune erano vere. E poi lo diceva guardandomi, e nessuno che mi guardasse così mi aveva mai detto una bugia, per il semplice motivo che nessuno mi aveva mai guardata così.

Ci vedemmo in cortile per un mese. Poi al cinema, la domenica, dove pagavo io, perché lui non poteva. Poi in camera mia, una sera di dicembre che la Cattaneo era da sua sorella. Io avevo ventisette anni e non ero mai stata con un uomo, e lui lo capì, e fu gentile. Questo glielo devo. Fu gentile quella volta e molte altre, e di notte, nei primi anni, Marcello era mio come non era mio nient'altro al mondo.

A gennaio la Cattaneo lo mandò via, perché da tre mesi non le pagava la camera. Lui venne da me con la valigia. Ad aprile ci sposammo in parrocchia, con due testimoni presi dal cortile e mia zia di Lodi che pianse tutto il tempo.

Io lo sapevo, perché mi aveva sposata. Voglio dirlo chiaro, perché non si pensi che fossi stupida. Lo sapevo come si sa che fuori piove anche con le persiane chiuse. Io avevo una casa, due stanze e la cucina, con l'affitto pagato. Avevo quattro lavori e non ne perdevo mai uno. Marcello non aveva niente, e la sera dopo che la Cattaneo l'aveva messo fuori mi aveva guardata come si guarda una camera con l'affitto basso: con piacere, e senza sorpresa. Lo sapevo. Ma pensavo che fosse uno scambio, e che gli scambi, quando le due parti sanno cosa danno e cosa ricevono, siano onesti. Io davo la casa. Lui dava la sua faccia sul cuscino accanto alla mia. Mi sembrava un buon affare. Mi sembrava, anzi, il miglior affare che una come me potesse fare.

Lidia lo vide una volta sola, prima del matrimonio. Era venuto a prendermi in via Santo Spirito, un sabato, e lei scendeva con me per andare dal parrucchiere. Lui si tolse il cappello e le fece un inchino, uno di quelli che si vedono al cinema. Lidia gli disse buongiorno, lo guardò un momento, e poi guardò me. Non disse niente. Il lunedì mi regalò una tovaglia di lino ricamata e una settimana di ferie pagate, e mi disse soltanto: «Sia felice, Elena.» Lo disse come si dice un augurio, e anche un po' come si dà un ordine.

*

Marcello non lavorava. Si alzava alle undici, quando io avevo già lavato novantasei gradini, fatto il tram e rifatto i letti dei Moretti. Si faceva la barba con calma, davanti allo specchio della cucina, e si pettinava due volte. Poi scendeva al bar all'angolo, dove aveva i suoi amici e le sue carte, e raccontava la guerra. La mattina gli lasciavo sul tavolo, sotto la zuccheriera, i soldi per le sigarette e il caffè. Non me li chiese mai. Non ce n'era bisogno: erano lì.

Ogni tanto andava a cercare lavoro. Lo diceva la sera prima, «domani vado da uno in viale Certosa che cerca un magazziniere», e la sera dopo tornava con la faccia scura e la storia del casellario, della porta in faccia, dell'Italia che si era dimenticata di chi l'aveva liberata. Io gli scaldavo la cena. Lui mangiava e parlava, e più parlava più diventava bello, perché l'ingiustizia gli donava come a certe donne dona il nero. Io lo guardavo e pensavo che era mio, e che non importava.

Le altre donne vennero presto. Non lo seppi da nessuno, lo seppi dalle camicie. Le camicie di Marcello le lavavo io, il sabato, nel lavatoio del cortile, e le camicie parlano. Un'estate sapevano di mughetto. Un inverno di violetta. Una primavera di una cosa dolce e pesante che non conoscevo, e che poi sentii addosso alla moglie del tabaccaio di via Bramante e smisi di comprare le sigarette da lei. Io le lavavo, le camicie, e il profumo andava via con l'acqua, e le stendevo al sole e tornavano bianche. Non gli dissi mai niente.

Mi dicevo: te lo dovevi aspettare. Mi dicevo: chi compra una cosa bella che non si può permettere deve sapere che anche gli altri la guarderanno, e che qualcuno, ogni tanto, la toccherà. Me lo dicevo davanti allo specchio del bagno, la sera, quando mi lavavo la faccia e la faccia restava quella. Mi sembrava giusto. Mi sembrava, anzi, quasi gentile da parte sua, che poi la notte tornasse sempre.

*

Ma io conto. Conto i gradini, conto i soldi della spesa, conto le camicie, e negli anni cominciai a contare anche le montagne di Marcello.

La brigata, la prima sera, era in Valtellina. Due anni dopo, al bar, sentii che era nell'Oltrepò. Il comandante una volta si chiamava Fulmine e un'altra volta Tigre. Il venticinque aprile del quarantacinque Marcello era in montagna a prendere una caserma, oppure era a Milano, in piazzale Loreto, a vedere quello che c'era da vedere: dipendeva da chi lo ascoltava. Il giudice fascista, in certe versioni, gli aveva dato due anni, in altre tre, in una, una sera che aveva bevuto, sei mesi. Non lo corressi mai. Contavo e basta, come conto i gradini, e mettevo i numeri da una parte, dove non davano fastidio.

Contavo anche il resto. Contavo i soldi che mancavano dal borsellino quando lo lasciavo sulla credenza. Contavo le sere che tornava a casa dopo di me, e quelle che non tornava affatto. Nel cinquantasei, a marzo, sparì l'anello di mia madre, l'unica cosa d'oro che avessi, che tenevo nel cassetto del comò dentro un fazzoletto. Marcello mi aiutò a cercarlo per tutta la casa, a quattro zampe, sotto i mobili. Poi disse che forse l'avevo perso io, al lavoro, che con tutti quei secchi era facile. Tre mesi dopo, cercando nella sua giacca le sigarette, trovai la ricevuta del Monte di Pietà.

Non dissi niente nemmeno quella volta. Rimisi la ricevuta nella giacca, la giacca sulla sedia, e quella sera gli scaldai la cena. Ma quando lui cominciò a parlare dell'Italia ingrata, per la prima volta non lo guardai. Guardai il piatto. E capii, guardando il piatto, una cosa che avrei dovuto capire sulle scale, tre anni prima, con il carbone sulle spalle: che Marcello non era un uomo a cui erano successe delle ingiustizie. Era un uomo che prendeva. Prendeva le sigarette sotto la zuccheriera, prendeva la camera dalla Cattaneo, prendeva l'anello, prendeva me. E che ogni cosa che prendeva, dopo, diventava una cosa che gli era dovuta.

Non lo lasciai. Non si poteva, e non ci pensai nemmeno. Una donna sposata, allora, restava sposata, e il matrimonio era una cosa come le scale: ce l'avevi, e la lavavi.

*

Le pellicce arrivarono nel dicembre del cinquantotto, con il freddo.

Una sera Marcello mi aspettò alzato. Non succedeva mai: quando tornavo dalla Bonfanti lui o era al bar o era a letto. Invece era in cucina, seduto, con le mani sul tavolo, e aveva la faccia di quando raccontava la guerra, ma più seria.

«Non è giusto» disse.

Io mi tolsi il cappotto. Chiesi cosa non era giusto.

«Che tu lavori come una bestia e che siamo sempre senza una lira. Non è giusto. Io non posso lavorare, lo sai, per colpa di quelli là. Ma sono un uomo. Devo fare in modo di portare a casa qualcosa anch'io.»

Mi sedetti. Era la prima volta, in quattro anni, che Marcello diceva una cosa del genere, e mi fece un effetto strano, come quando in un posto dove non ha mai piovuto senti cadere le prime gocce: non sai se esserne contenta.

Mi spiegò che con Nando dovevano fare un lavoro. Nando era uno del bar, uno piccolo e svelto, con i denti storti e un furgone. Il lavoro era con delle pellicce. Un trasporto, disse: della merce da portare da una parte all'altra, e da tenere ferma per qualche giorno in un posto sicuro, finché non la ritiravano. Pagavano bene. Pagavano in contanti.

«Che posto sicuro?» chiesi.

«Un posto» disse lui, e sorrise. «Non ti preoccupare tu. Tu lavori già abbastanza.»

Quella sera, a letto, fu più affettuoso del solito. Io restai sveglia a lungo, dopo, a guardare il soffitto, e non riuscivo a capire perché avessi freddo ai piedi.

*

Il posto sicuro lo trovai io, a gennaio, con la scopa.

Una volta al mese, come ho detto, scendevo nelle cantine. C'era un corridoio lungo e basso, con le porte di legno delle cantine di ognuno, e in fondo una stanza più grande, il magazzino del condominio, dove la portinaia teneva le biciclette rotte, le sedie spaiate e una vecchia caldaia che nessuno aveva mai portato via. La chiave l'avevamo in due: l'amministratore e io. La mia stava sul chiodo dietro la porta di casa, con le altre.

Quel lunedì la porta del magazzino aveva un lucchetto nuovo. Il vecchio, quello che apriva la mia chiave, era a terra, tagliato. Io rimasi a guardarlo con la scopa in mano. Poi andai a guardare dalla fessura tra le assi, perché le assi di quella porta erano vecchie e una era scheggiata, e dentro, con la luce della lampadina del corridoio, vidi dei sacchi di tela grezza, uno sopra l'altro, contro la caldaia. Da uno spuntava una manica. Non una manica di tela: una manica di pelo, scuro, lucido, che si muoveva appena alla corrente che veniva dalla bocca di lupo.

Non toccai niente. Finii di spazzare il corridoio, tutto, fino in fondo, come ogni mese. Poi salii i novantasei gradini contandoli uno per uno, perché se non li avessi contati avrei pensato.

Il mercoledì, dai Moretti, l'avvocato Edoardo leggeva il giornale in vestaglia, con la porta dello studio aperta, e a un certo punto disse forte: «Guarda qui. Quaranta visoni da Brambati, in via Pasubio. Senza rompere niente, senza che nessuno sentisse niente.» E poi, con ammirazione, a nessuno: «Professionisti.»

Io stavo passando la cera nel corridoio, proprio sotto lo stipetto. Mi fermai, e guardai la riga di polvere, e pensai a Marcello che si pettinava due volte davanti allo specchio della cucina. Professionisti. Mi venne da ridere, e non era una risata buona.

Il sabato il lucchetto nuovo non c'era più. La porta del magazzino era chiusa con uno spago, e dentro c'erano le biciclette rotte, le sedie spaiate e la caldaia, e nient'altro. Quella sera Marcello tornò con una radio. Una Phonola, di legno chiaro, con la scala delle stazioni illuminata, che mise sulla credenza e accese subito, forte, e c'era una canzone di Modugno. Mi portò anche un regalo: un paio di guanti di pelle, foderati, color tabacco. Non una pelliccia. Dei guanti.

«Visto?» disse. «Anch'io porto a casa.»

Sul tavolo, sotto la zuccheriera, dove di solito i soldi li mettevo io, c'erano dei biglietti da diecimila. Li guardai. Non li presi. Li lasciai lì, e il giorno dopo non c'erano più, e non chiesi dove fossero andati. Non misi mai quei guanti. Li tenni nel cassetto del comò, dove prima c'era l'anello di mia madre, e ogni tanto, quando aprivo il cassetto, li vedevo, color tabacco, e richiudevo.

Sapevo. Non feci niente. Non lo dico per scusarmi. Lo dico perché è andata così, e perché una donna che tace su una cosa del genere non è innocente, e io non lo ero. Ero sua moglie. Mi sembrava che fosse la stessa cosa.

*

I carabinieri vennero a febbraio, di giovedì, alle sei meno un quarto.

Io ero sulle scale. Ero al quarantesimo gradino, più o meno, in ginocchio, con lo straccio, quando sentii il portone e poi i passi, pesanti, di più persone, di scarpe che non avevano paura di sporcare. Erano in tre. Il primo, un brigadiere con i baffi, si fermò davanti a me e mi guardò dall'alto, e io mi tirai contro il muro con il secchio perché potessero passare. Mi chiese se abitava lì un certo Marcello. Io dissi di sì, secondo piano, la porta a destra. Non dissi che era mio marito. Non me lo chiesero.

Li sentii bussare, poi battere. Sentii la voce di Marcello, impastata di sonno, poi più alta. Poi li vidi scendere. Marcello era in mezzo, in pigiama sotto il cappotto, con i capelli spettinati, ed era bello anche così, anche con quella faccia, e passandomi accanto sulle scale gridò, verso le porte chiuse degli altri inquilini:

«Sono un partigiano! Guardate come trattano un partigiano!»

Nessuna porta si aprì. Io ero in ginocchio sul quarantesimo gradino, con lo straccio in mano, e lui mi passò accanto e non mi vide. Poi il portone si chiuse. Io finii le scale. Tutte, fino al novantaseiesimo. Non so perché lo feci. So che lo feci bene.

Nando l'avevano preso due giorni prima, mentre cercava di vendere un visone a un ricettatore di Porta Ticinese che lavorava anche per la questura. Nando aveva parlato subito, e aveva detto tutto: di Marcello, del furgone, della cantina di via Cenisio. Il processo fu a marzo. Io ci andai una volta sola, e mi sedetti in fondo. Marcello parlò della guerra, e il giudice lo lasciò parlare con la faccia di chi aspetta che finisca di piovere. Nando prese un anno e due mesi. Marcello, che aveva solo prestato il posto, disse il suo avvocato d'ufficio, sei mesi.

Lidia lo seppe da me. Glielo dissi alle undici, in cucina, con il caffè, perché da lei non riuscivo a tenere le cose. Lei non disse niente per un po'. Poi mi chiese se avevo bisogno di un avvocato, uno vero, e io dissi di no. Non volevo che Lidia mettesse le mani in quella cosa. Era come chiederle di aiutarmi a lavare le camicie di Marcello. «Se ha bisogno, Elena» disse, e non finì la frase, e io dissi grazie, e ci bevemmo il caffè.

*

A San Vittore andavo il sabato, dopo i Moretti. Prendevo il tram fino a corso Magenta e poi facevo a piedi via Carducci, con il pacco sotto il braccio: due camicie pulite, le mutande, un pezzo di formaggio, le sigarette. Si faceva la fila in una stanza con le panche, tra donne come me, che portavano pacchi come il mio e avevano facce come la mia, e nessuna guardava le altre. Poi ci chiamavano per nome, e si entrava in un parlatorio lungo diviso da una rete, e dall'altra parte c'era Marcello.

In prigione dimagrì, e questo lo rese più bello. Aveva gli zigomi più alti, gli occhi più grandi, e la faccia di un santo di quelli che si vedono nelle chiese, quelli che hanno sofferto per gli altri. Parlava della guerra. Parlava della guerra anche lì, ai compagni di cella, alle guardie, a me attraverso la rete: che era la seconda volta che l'Italia lo metteva dentro, che la prima era stata per le sue idee, e questa per la sua povertà, e che era sempre la stessa Italia. Io annuivo. Gli passavo il pacco. Mi prendeva le mani attraverso la rete e mi diceva che senza di me sarebbe morto, e io sentivo che era vero, e che era vero nel senso sbagliato: senza di me sarebbe morto di fame.

Le camicie che mi dava da lavare, in quei mesi, sapevano solo di lui. Di lui e della prigione, che ha un odore suo, di minestra e di muro bagnato. Ma nessun mughetto, nessuna violetta. Le lavavo il sabato sera e mi sorprendevo a odorarle prima, per abitudine, come si guarda dalla finestra a un'ora in cui non passa nessuno.

*

A giugno l'avvocato d'ufficio mi fece sapere che Marcello aveva fatto domanda per uscire prima, per buona condotta, e che il giudice di sorveglianza voleva parlare con me. Voleva sapere se avevo una casa, un lavoro, se me lo riprendevo. Mi diedero un appuntamento di martedì, alle nove. Chiesi a Lidia la mattina libera, e lei me la diede senza domandare.

L'ufficio del giudice era dentro San Vittore, al primo piano, dopo due cancelli e un corridoio che sapeva di disinfettante. Era una stanza piccola, con una finestra alta e un armadio pieno di cartelle. Il giudice era un uomo anziano, calvo, con gli occhiali sulla punta del naso e le mani macchiate, e quando entrai si alzò in piedi, cosa che non mi aspettavo, e mi fece sedere.

Mi fece le domande. Dove abitavo, quanto pagavo di affitto, quanti lavori avevo. Quando dissi quattro alzò gli occhi dalla cartella e mi guardò un momento, come si guarda qualcuno di cui si è sbagliato il peso. Mi chiese se il marito, a casa, contribuiva. Io dissi che non poteva lavorare, per via della fedina.

«Già» disse lui, e sfogliò. «Per via della fedina.»

Poi si tolse gli occhiali. Li pulì con il fazzoletto, con calma, e mentre li puliva disse:

«Suo marito, signora, dice a tutti di essere stato partigiano. Lo dice alle guardie, lo dice al cappellano, l'ha scritto anche nella domanda. Lei lo sapeva?»

«Sì» dissi. «Me l'ha detto la prima sera.»

«E le ha detto anche perché l'hanno condannato la prima volta?»

Gli raccontai la storia delle armi e del giudice con la tessera nel cassetto. La raccontai bene, con le parole di Marcello, perché l'avevo sentita tante volte. Lui mi ascoltò fino in fondo, senza interrompermi, e quando ebbi finito si rimise gli occhiali e girò la cartella verso di me, sul tavolo, come si gira un piatto verso qualcuno perché veda cosa c'è dentro.

«Non risulta niente» disse. «Nessuna brigata, nessuna formazione, nessun riconoscimento. Dal quarantatré al quarantacinque suo marito risulta a Milano. Fermato due volte, nel quarantaquattro, per borsa nera: sigarette la prima volta, zucchero la seconda. Nel quarantasette condannato a un anno e otto mesi per furto aggravato. Trenta copertoni, da un deposito di via Mecenate. Di notte, con un complice e un camion.» Si fermò. «Non c'erano armi, signora. C'erano copertoni.»

Io guardavo la cartella. C'era scritto a macchina, su un foglio giallino, con le date e i numeri. Io i numeri li so leggere.

«E il giudice?» dissi. Non so perché lo chiesi. Fu la sola cosa che mi venne. «Quello con la tessera.»

Il giudice sorrise, un sorriso stanco, di uno che ha visto molte mogli sedute su quella sedia.

«Il collega che lo condannò lo conoscevo bene. Era stato tre anni al confino, a Ventotene, sotto il fascismo. Per le sue idee.» Richiuse la cartella. «Mi dispiace. Pensavo che dovesse saperlo, visto che deve decidere se riprenderselo in casa.»

Mi chiese se me lo riprendevo. Io dissi di sì. Non c'era un'altra risposta: era mio marito, la casa era sua quanto mia, davanti alla legge, e io non avevo nessun posto dove mandarlo. Lui scrisse qualcosa. Disse che con ogni probabilità Marcello sarebbe uscito ad agosto. Si alzò di nuovo in piedi quando me ne andai, e mi tese la mano, e io gliela strinsi, e mi accorsi che non me l'aveva mai stretta nessun uomo in un ufficio.

*

Uscii in piazza Filangieri alle dieci meno un quarto, e c'era il sole.

Mi fermai sul marciapiede, davanti al portone, con la borsa in mano, e le donne con i pacchi mi passavano accanto per entrare. Io non mi muovevo. Guardavo la piazza, i tram, un uomo che vendeva i giornali, e pensavo che ogni cosa era al suo posto come prima, e che niente era come prima.

Non era la bugia. Me ne rendo conto adesso, a pensarci: non era nemmeno la bugia, perché le bugie di Marcello io le contavo da anni, e ne avevo un cassetto pieno. Era che la bugia fosse così piccola. Che dietro la brigata e la montagna e il comandante che si chiamava Fulmine o Tigre non ci fosse un altro uomo, più triste o più povero o più sfortunato, ma trenta copertoni. Lo zucchero. Le sigarette. Io avevo pensato, in quegli anni, di aver sposato un uomo bello a cui la vita aveva fatto torto. Avevo sposato un ladro di copertoni che si era messo addosso la guerra degli altri come si mette una giacca presa in prestito, e che nella giacca stava benissimo, perché era bello, e alle cose belle stanno bene anche le giacche rubate.

E mi venne in mente il giudice con la tessera. Quello che per sei anni avevo odiato, la sera, mentre scaldavo la cena, perché aveva rovinato la vita al mio uomo. Era stato a Ventotene. Per le sue idee, in prigione, c'era stato lui, non Marcello: mentre quell'uomo stava al confino, Marcello a Milano vendeva lo zucchero. E io lo avevo odiato senza averlo mai visto, solo perché me l'aveva detto Marcello. Mi vergognai. Non di Marcello: di me.

Rimasi lì, credo, un quarto d'ora. Poi mi misi a camminare verso il tram, e camminando capii una cosa, e la capii come capisco se un pavimento è pulito: non pensandoci, guardandolo. Non lo volevo più. Non volevo più le sue camicie, né il suo profumo di altre, né la sua faccia sul cuscino, che era la cosa più bella che avessi mai avuto. Non volevo più lasciargli i soldi sotto la zuccheriera. Non volevo più che mi chiamasse moglie.

E sapevo, camminando, che non potevo farci niente. Ad agosto sarebbe uscito, e sarebbe tornato a casa, e io gli avrei aperto la porta. Perché era mio marito, e un marito, allora, non si restituiva.

L'uovo azzurro - prima parte testo di Vittoria Solari
3

Suggeriti da Vittoria Solari


Alcuni articoli dal suo scaffale
Vai allo scaffale di Vittoria Solari